L'ibernazione umana? A 50 anni dai primi tentativi rimane un sogno proibito

Compie 50 anni nel ghiaccio il dottor Bedford, chiuso in una bara criogenica dal 1967. Oggi sono tre le aziende che propongono l’ibernazione a chi spera di rinascere quando la medicina potrà curare la sua malattia. Ma anche per chi si congelasse da sano le speranze di tornare vivo sono nulle come spiega in una lunga ricostruzione sullo stato dei progressi in merito Giovanni Caprara sul Corriere della Sera. Il sogno della crioconservazione è destinato a fallire?

Quasi duecento persone ibernate nel mondo dalla Alcor

E’ passato mezzo secolo da quando nel gennaio 1967 veniva ibernato il primo corpo umano. Era quello del dottor James Bedford di Los Angeles e l’intervento era effettuato dalla società Alcor Life Extension, già Cryonics (leggi la storia dei vari trasferimenti del corpo ibernato sul sito dell’azienda, sfiorando l’icona blu). Da allora le bare criogeniche accumulate dalla Alcor sono salite a 148 e altre aziende, anche al di fuori degli Stati Uniti Russia compresa si sono impegnate sulla difficile prospettiva. Bedford aveva un cancro al rene con metastasi diffuse e all’epoca era incurabile. Ma anche gli altri pazienti non avevano alternative per sopravvivere se non quella di aggrapparsi alla prospettiva di essere ibernati in attesa che in un giorno futuro la medicina possa affrontare e risolvere i mali causa di morte. Il caso più recente fonte di scalpore, ha riguardato la quattordicenne britannica che si è fatta ibernare nel novembre scorso.

Timidi progressi

La ricerca in cinque decenni ha compiuto qualche timidissimo passo ma ancora non garantisce la vera e perfetta ripresa della vita dopo il ritorno ad una temperatura normale. I primi esperimenti erano stati compiuti agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo dall’americano Jerome Sherman facendo ricorso all’azoto liquido. Finora, bisogna riconoscere che se ne parla più in chiave fantascientifica che scientifica e non risulta che si sia mai riusciti a riportare in vita un corpo ibernato.

Funzione vitali ridotte al minimo

L’ibernazione è un processo che riduce al minimo le funzioni vitali dell’organismo e viene attuata nel tempo che intercorre tra la cessazione del battito cardiaco e prima della morte cerebrale in modo da garantire le condizioni delle strutture nervose. Le tecnologie di ibernazione fanno ricorso ad un processo di vetrificazione che è diverso dal congelamento. In pratica i liquidi del corpo trattati con sostanze antigelo si condensano vetrificandosi, senza cristallizzare e quindi senza danneggiare le cellule. Il corpo è immerso nell’azoto liquido ad una temperatura di meno 196 gradi centigradi e il sangue sostituito con un liquido crio-protettivo. 


I cristalli possono danneggiare le cellule

La ricerca, però, non ha ancora dato risposta al alcuni importanti quesiti e che sono necessarie per poter garantire la sicurezza dell’intervento. Due sono i più rilevanti: che cosa fare se si formano cristalli di ghiaccio capaci di danneggiare le membrane cellulari e come intervenire se i vari tessuti del corpo sottoposti a tensioni varie nel processo sono vittime di rotture (ndr. come accadde per Bedford: nel 1991, quando il suo corpo vene trasferito ad una capsula più moderna, gli scienziati verificarono che il suo naso era «collassato»). A questi si dovrebbero aggiungere tecniche di risveglio appropriate che non siano anch’esse fonte di pericolo. Infine è indispensabile lo sviluppo di tecnologie in grado di monitorare le condizioni biologiche a rischio. Per arginare questi problemi e riparare eventuali danni, una delle vie di ricerca a cui si guarda è il cosiddetto «restauro molecolare». Ma qui siamo ai confini della fantascienza biologica.

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