Le radici della violenza sono genetiche ?

In principio fu Cesare Lombroso, e l’idea che sul volto fosse scritta la natura di un uomo. Che esistessero criminali per nascita, e la propensione alla violenza si vedesse nella forma di un cranio, in una fila di denti, in anomalie e deviazioni fisiologiche. Poi vennero la modernità, la crisi del positivismo, il rifiuto di tesi bollate come razziste. Ma la criminologia ha fatto il suo giro e ora dà ragione al suo fondatore. Almeno in parte. 

«Oggi lo sappiamo: la propensione al crimine e alla violenza non è solo effetto di fattori sociali: è il prodotto di tante componenti, ha radici anche biologiche e genetiche». A dirlo è Adrian Raine, psichiatra e criminologo inglese, autore del saggio «L’anatomia della violenza», edito da Mondadori. Un tomo sorprendente e vivace, che recupera e reinterpreta Lombroso, ma soprattutto apre una frontiera tutta nuova: la neurocriminologia.  

C'è un'origine della violenza ?

L’idea è cercare le basi del comportamento antisociale scrutando tra le pieghe del cervello. Usando le neuroscienze e gli strumenti high tech. Fino ad arrivare a predire la propensione al crimine, incrociando parametri genetici, biologici, ma anche sociali. «La violenza è un comportamento complesso: non possiamo darne una spiegazione semplice», sorride Raine. È stato lui il protagonista del BrainForum 2016, che si è tenuto lunedì al teatro Franco Parenti di Milano, mentre oggi terrà una «lecture» all’Università di Torino. Doppia occasione per rilanciare quella che pare una provocazione. E che, invece, è il frutto di studi accurati e metanalisi brillanti.  

 

Quello che Raine propone è un modello «biosociale». Che spiega l’inclinazione alla violenza con due cause intrecciate: genetica e ambiente. Da una parte geni e cromosomi, dall’altra il contesto sociale. Il primo è il versante più inedito, se si parla di crimine e criminologia. Lo studioso mostra come il gene mutato «Mao-A» interferisca con le funzioni dei neurotrasmettitori e sia per questo associato ad impulsività e altri comportamenti a rischio. E indica altri geni - «5htt62», «Drd263», «Dat164» e «Drd465» - da collegare al comportamento antisociale e alla criminalità, perché regolano serotonina e dopamina. 

 

Poi c’è la parte più lombrosiana del saggio: quella che prova a leggere anche nella conformazione del cervello l’attitudine violenta o criminale. Raine si spinge fino ad associare ai comportamenti antisociali una serie di «anomalie cerebrali». Uno sviluppo incompleto della corteccia prefrontale, qualcosa che non va nella corteccia cingolata posteriore, disfunzioni per amigdala e ippocampo. Senza bisogno di portare a disturbi psichici veri e propri, questi difetti del cervello possono rendere una persona più incline al crimine. E Raine prova a dimostrarlo - tra l’altro - facendo tomografie sul cervello dei detenuti. E applicando il neuroimaging funzionale anche ai mariti violenti. «I nostri risultati - spiega - sfidano la prospettiva puramente sociale della violenza domestica e suggeriscono invece che esista una predisposizione neurobiologica». 

 

L’aspetto sociale è pienamente nell’equazione. Alla radice delle anomalie cerebrali Raine colloca sia cause genetiche sia cause ambientali, esterne. L’accento è sui primi anni di vita di una persona: quelli che determinano l’adulto di domani e la buona o cattiva strada che prenderà. Le scienze sociali lo dicono da un pezzo, ma ora si prova a dare una base neuroscientifica. «Fattori sociali come la malnutrizione o l’abbandono materno - spiega lo psichiatra - possono determinare l’esistenza di uno o più di quei difetti cerebrali che dicevamo. E i semi della violenza si diffondono addirittura nel periodo prenatale. C’è una relazione tra il fumo in gravidanza e la violenza da adulti. E quella tra sindrome alcolica fetale e la via del crimine è impressionante». 

 

Fumare o bere alcol durante la gravidanza espone il futuro bebè a danni cerebrali, ma non danni qualunque: proprio a quelli collegati al comportamento antisociale. È qui che si arriva a camminare su un terreno affascinante e delicato, con vista sul caro vecchio determinismo. Di questo passo la neurocriminologia potrà offrire, fin dal primo giorno di vita, il «profilo criminologico» di un soggetto. Con basi statistiche, incrociando dati genetici, biologici e ambientali, sapremo la propensione al crimine. «E potremmo arrivare - prosegue Raine - fermare il crimine prima che accada. Ma la domanda è questa: che fare con tutti questi dati? Siamo disposti all’idea di arresti preventivi per chi, sulla base di tutti i parametri, risulti ad alto rischio?» 

 

Il dilemma etico non è da poco. Anche perché per Raine non ci sono automatismi: i delitti non sono conseguenza diretta dei «cattivi geni» e delle anomalie cerebrali. Ma i concetti di libero arbitrio e di responsabilità paiono ridimensionati. «E tutto questo - dice lo studioso - si potrebbe usare nel modo sbagliato, come stigma nei confronti di chi è geneticamente o biologicamente propenso al crimine. Invece le nuove conoscenze ci dovrebbero portare a fare investimenti sui primi anni di vita dei bambini e sulla maternità. Ma anche a rivedere la giustizia. Ora sappiamo che non tutti gli uomini nascono uguali. Alcuni criminali scontano colpe non proprie, scritte nel cervello. La giustizia del XXI secolo può ancora ignorare tutto questo? Ma poi: l’idea di responsabilità che fine farebbe?». 

Stefano Rizzato per Tuttoscienze

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Commenti: 1
  • #1

    Franz (sabato, 12 marzo 2016 15:12)

    La violenza ha molte cause ma a mio avviso la più determinante è quella culturale.