«The Martian», kolossal di Ridley Scott che prova a prefigurare l'epopea di un uomo solo su Marte

L'uomo è stato su Marte. Ameno nel best-seller di Andy Weir, scrittore che ha trovato la fama con "L'uomo di Marte" un volume tradotto in Italia da Newton Compton che si è trasformato in un fenomeno planetario. Così come succede per i grandi successi letterari la storia è stata notata da un grande registra Ridley Scott, celebre cineasta che ha già portato al cinema storie al confine con la fantascienza -come «Alien»- e «Il Gladiatore».

Solo che l'uomo di Marte di Andy Weir non è solo un romanzo, è un racconto il più possibile fedele a come si sarebbe trovato davvero un uomo abbandonato al suo destino sul pianeta rosso. Arrivato con la navicella «Hermes», alimentata da un reattore nucleare e da potenti motori a ioni insieme al suo equipaggio, sarà lasciato solo dopo essere stato travolto da un furiosa tempesta di sabbia. Da Houston giunge quindi l’ordine di abortire la missione. Durante il frettoloso  tentativo di salvarsi Mark Watney, astronauta-ingegnere e botanico, protagonista del romanzo, rimane ferito e solo in un pianeta del sistema solare. Da quel momento Watney è «naufrago» su Marte come un futuribile Robinson Crusoe e comincia la sua epopea per salvarsi. 

Dopo il successo letterario la storia arriverò a Novembre al cinema.

La vicenda de «L’uomo di Marte» - che avrà come protagonista Matt Damon - è un’odissea futuribile, dove la finzione imita la realtà: ogni dettaglio tecnico, infatti, è fedelmente simulato. Watney ha con sé una sacca di sabbia e un mucchietto di semi. Dovrà ricavare acqua dall’idrazina e calcolare le quantità sufficienti per coltivare patate, fertilizzando il terriccio di batteri. L’autore, Andy Weir, ingegnere programmatore e grande appassionato di fisica, parla del suo libro come di «un problema di matematica prolungato», sulla falsariga del progetto americano che punta a portare l’uomo su Marte entro il 2030. Forse proprio grazie a «Orion Multi-Purpose Crew Vehicle», la navicella della Nasa che ha effettuato il volo inaugurale il 5 dicembre scorso. Orion, infatti, come l’«Hermes» del romanzo, è la prima navicella, dopo il celebre Apollo delle missioni lunari, capace di viaggiare nello spazio interplanetario, fino a Marte. E, mentre gli astrofisici s’arrovellano in vista del 2030, Weir, dalla sua scrivania, ha già «programmato» tutto, disastro compreso. 

La Stampa ha intervistato Andy Weir, l'autore di «L’uomo di Marte» durante una sua breve apparizione nel nostro paese:

 

 

Weir, la scienza non è estranea alla letteratura, ma più spesso la si trova in forma romanzata: lei, invece, ha addirittura elaborato un software per calcolare le traiettorie che la navicella dovrà imboccare per inserirsi nelle orbite marziane. Perché un realismo così spinto?  

«Sono, per mia ammissione, un “nerd”. Questo è il motivo di fondo». 

 

Ma è sicuro che la trama non ceda a nessuna forzatura?  

«Ho seguito delle vie obbligate: mentre scrivevo era la scienza a dirmi dove andare». 

 

Per esempio?  

«In origine non era in programma che il protagonista dovesse estrarre acqua attraverso procedimenti chimico-fisici, ma lo è diventato studiando le necessità che, progressivamente, incontrava. Con un po’ di matematica e calcolando quanta acqua e concime sono necessari per rendere il suolo praticabile, è diventato chiaro che non ne avrebbe avuta abbastanza per sopravvivere». 

 

Un «nerd» sarà interessato a conoscere l’estrazione di ossigeno dall’anidride carbonica o la produzione di energia attraverso il plutonio 238, ma per conquistare la fetta di pubblico necessaria a un bestseller ci vuole altro: quali sono gli espedienti che hanno fatto breccia?  

«L’ironia. Watney vive emergenze al limite delle capacità di resistenza: queste, per quanto tragiche, diventano comiche grazie alle sue battute che lasciano il lettore in una volontaria sospensione dell’incredulità. Il carattere di Watney, dopotutto, non è dissimile da quello che ci si aspetta da un vero astronauta, e capace, anche sotto stress, di affrontare ogni pericolo». 

 

Come funziona l’adattamento di Ridley Scott?  

«Il film è in fase di produzione, adesso, a Budapest. L’adattamento è stato affidato al regista e sceneggiatore Drew Goddard. Credo che verrà un buon lavoro, ma non dovrei sapere nulla su cosa stia succedendo…». 

 

Ha dato carta bianca?  

«Scott e Goddard non sono tenuti a dirmi nulla. Tuttavia mi tengono al corrente. Detto in tutta franchezza, il mio unico compito è quello di ricevere il compenso pattuito». 

 

Non è preoccupato che «L’uomo di Marte» possa perdere un po’ della sua scientificità?  

«Ridley rispetterà tutti i requisiti del suo particolare stile. Drew, invece, mi ha posto molte domande di tipo tecnico, in modo da essere sicuro di comprendere tutta la scienza coinvolta nella storia». 

 

 

 

Altri film altamente scientifici - da «Gravity» a «Interstellar» - sono andati bene al botteghino: qual è il motivo?  

«Oggi la gente è scientificamente più informata: l’attrazione verso questo tipo di intrattenimento riflette il tempo in cui viviamo». 

 

Jules Verne romanzò il primo viaggio sulla Luna oltre 100 anni prima che avvenisse. La missione «Orion» punta al 2030: le generazioni di oggi vedranno l’uomo su Marte?  

«Ci sono buone chance. Scommettiamo attorno al 2050?».

Argomenti Correlati:

"Andrò su Marte per non ritornare": Pietro Aliprandi, unico italiano di MARS ONE racconta a Ufoonline.it il suo sogno di pioniere spaziale

 

Pietro Aliprandi, studente di medicina a Trieste è l'unico nostro connazionale rimasto in gara per Mars One, il progetto proposto e guidato dal ricercatore olandese Bas Lansdorp, che ha lo scopo di stabilire un avamposto permanente su Marte. Lanciato nel 2012 il programma prevede che la prima colonia umana riesca a sbarcare su Marte nel 2025, composta inizialmente da sole quattro persone, che aumenteranno successivamente.

 

Il mondo scientifico è diviso sul progetto, pur riconoscendone la grandezza visionaria ci sono le perplessità da parte degli esperti del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, che mettono in allarme sui gravi errori di calcolo. Secondo la simulazione presentata al congresso astronautico internazionale di Toronto i coloni potrebbero morire per asfissia dopo appena 68 giorni. Ma Mars One non si ferma, e la road map per la missione è già tracciata. Polemiche e curiosità  intorno al progetto di Mars One non fanno altro che accrescerne la popolarità e aumentare l'entusiasmo. Abbiamo intervistato Pietro, che ci ha parlato dei suoi progetti e della preparazione che lo aspetta mentre sogna di diventare un pioniere marziano.

Scrivi commento

Commenti: 3
  • #1

    Daniele (domenica, 29 marzo 2015 23:28)

    Come sempre hollywood segue le mode, appena si trova un "filone" interessante per il pubblico sforna film a tema.
    Mi riferisco al tema di spazio e solitudine,affrontati in questo ultimo periodo dai film Gravity, Astronauts the last purge,l'intricatissimo Love (solo per palati fini), e tema lambito anche dal film Interstellar.
    Ora giunge the Martian che se posso, vedro'.

  • #2

    Androide (martedì, 31 marzo 2015 10:11)

    In attesa di vedere il film l'uomo di marte è veramente un bel libro. Coinvolgente, scientifico... non la solita americanata! Di tutti i libri del genere che ho letto si distacca dagli altri. bellissime descrizioni, forse qualche tecnicismo di troppo che annoia ma il contesto è talmente reale che ti appassiona da subito. Quindi non vedo l'ora di vedere il film

  • #3

    Il Forestiero (martedì, 31 marzo 2015 12:56)

    Bella l'intervista ad Aliprandi...spero però che non faccia la fine di Mark Watney ;)