Il DNA è il grado di sopravvivere e rimanere funzionale dopo un viaggio nello spazio

Quanto è resistente il nostro Dna in un ambiente ostile come lo spazio? Se lo sono chiesti per decenni gli scienziati di tutto il mondo. Oggi abbiamo una risposta. Immaginatevi di applicare al guscio esterno di un razzo, piccole molecole di Dna che possono volare dalla Terra allo spazio e viceversa. Lanciatele nel cosmo e dopo il viaggio in orbita, il rientro nell’atmosfera e l’atterraggio sulla Terra, i filamenti a doppia elica, detti plasmidi saranno sopravvissuti alla missione. 


Lo hanno scoperto degli scienziati austriaci, che hanno fornito la prova che il Dna è dunque grado di sopravvivere ad un viaggio nello spazio.  

I risultati di questo sorprendente esperimento, che imprime una svolta nella caccia alla vita extraterrestre, sono pubblicati su Plos One dai ricercatori dell’università di Zurigo coordinati da Cora Thiel e Oliver Ullrich. 


A seguire tutti i dettagli della ricerca.

«Siamo rimasti totalmente esterrefatti», commentano i due autori della scoperta.

In origine, infatti, i ricercatori avevano pensato di sfruttare il razzo della missione Texus-49 (lanciata nel marzo del 2011 dal centro Esrange dell’Agenzia spaziale europea a Kiruna, in Svezia) per mettere alla prova la resistenza in condizioni estreme delle cosiddette “biofirme”, ovvero «le molecole che possono provare l’esistenza presente o passata di vita extraterrestre». Per questo avevano attaccato molecole artificiali di Dna sul razzo in corrispondenza di tre punti dello scudo esterno, che durante il volo protegge il veicolo da temperature che possono superare anche i 1.000 gradi.  

 

Al rientro del razzo nell’atmosfera terrestre, la sorpresa: «non ci saremmo mai aspettati di recuperare così tanto Dna ancora intatto e funzionale», affermano Thiel e Ullrich. Tra le molecole ritrovate, addirittura il 35% era ancora in grado di espletare le proprie funzioni biologiche, trasferendo correttamente le informazioni genetiche una volta inserite all’interno di cellule coltivate in laboratorio. Successivamente hanno approntato gli altri passaggi per confermare le loro intuizioni.

La conferma dei risultati presentati nel 2012 nella missione DARE


Il gruppo di ricerca coinvolto nell’insolito esperimento infatti aveva presenta i risultati preliminari al 63° Congresso Astronautico Internazionale a Napoli nel 2012. 


Successivamente, i ricercatori hanno approntato una nuova piccola missione, denominata DARE (DNA atmospheric re-entry experiment), con lo scopo di confermare i risultati ottenuti – quasi per caso – con il precedente volo. I risultati di questa seconda campagna sono ora pubblicati sulla rivista PLoS ONE in uno studio che riconduce la resistenza alle condizioni spaziali dei filamenti di DNA alla categoria più generale dei biomarcatori (biosignatures). “I biomarcatori sono molecole che possono dimostrare l’esistenza passata o presente di vita extraterrestre”, spiega Thiel.


Diversi ricercatori sono convinti che, a parte essere stato eventualmente portato sulla Terra da comete o asteroidi in passato, il DNA potrebbe infatti letteralmente pioverci in testa tutt’oggi, all’interno delle tonnellate di meteoriti che quotidianamente investono il nostro pianeta.


La scoperta apre infatti scenari affascinanti per la ricerca di forme di vita extraterrestre, ma insinua anche pesanti dubbi sulle attuali missioni spaziali. Thiel e Ullrich si dicono infatti «preoccupati» per il rischio concreto che sonde spaziali, lander e rover si trasformino in “untori” capaci di contaminare con Dna terrestre altri pianeti. 

Scrivi commento

Commenti: 0