Meteorologia e cultura popolare - Quaranta giorni di maltempo annunziati ?

“Quattro brillanti giorni quaranta”, recita il proverbio meteorologico; che dall’Emilia alla Campania avverte come il tempo sarà per quaranta giorni uguale a quello che si è manifestato il 4 aprile. Quattro “brillanti” corrisponderebbe alla brutta traduzione o dialettizzazione della parola “aprile”, che sarebbe mutuata (perché mai?) dal francese, secondo lo studioso ottocentesco Gaspare Bagli. E’ indubbio che i nostri antenati, poco distratti dalla televisione, interessati agli andamenti climatici per i lavori di campagna e il sostentamento che ne derivava, ebbero una grande attenzione per ogni segnale del cielo, in grado di prevedere gli sviluppi metereologici a breve o lunga scadenza. Forma delle nubi, direzioni del vento, comportamento degli animali e degli insetti, facevano accumulare negli anni e nelle generazioni un’esperienza certo non trascurabile, nonostante la minore durata della vita e i cambiamenti climatici abbiano contribuito a disperdere o a vanificare parte di questo patrimonio culturale. Carmelo Currò analizza la fondatezza di queste antiche credenze.

Secondo molte notizie lanciate da internet che menzionano l’Archivio meteo di Napoli in possesso di dati dal 1872, non si evincerebbero correlazioni tra le eventuali precipitazioni del 4 aprile e quelle dei successivi 40 giorni. Tuttavia, se si tenesse conto della pioggia caduta il 3, 4 o 5 aprile, si scoprirebbe che a queste date sono seguite più di 16 giornate piovose entro il 15 maggio nel 70% dei casi; mentre gli anni in cui non è piovuto in uno fra questi giorni ma che hanno registrato più di 16 giorni piovosi, rappresentano solo il 30% dei casi. Mi sembra dunque un calcolo interessante ma che copre un arco di tempo troppo limitato, perché comprendendo solo 16 giorni, non si può dire rispecchi la realtà di un lungo periodo più che mensile.

 

Ma che cosa rappresenta effettivamente questo modo di dire? In primo luogo, dobbiamo renderci conto che è necessario guardare ai fenomeni climatici del passato con occhi e mentalità completamente diversi da oggi. Dalla seconda metà del Settecento l’Europa vive infatti un nuovo periodo di relativo optimum meteorologico che è l’esatto contrario di quello che vissero i nostri antenati del Cinque o del Seicento.

Per diversi secoli, infatti, prima abbastanza episodicamente poi molto frequentemente (per comodità andremo circa dal 1408 al 1709), l’Europa venne percorsa con frequenza da temperature bassissime, inverni lunghi e rigidi, nevicate fin quasi sul mare, acque fluviali e marine gelate dalla Scozia al Tamigi alla Laguna veneta a Livorno. Il 1565 sembra aver rappresentato l’anno limite dei freddi, con tempeste di neve che anche nell’Italia meridionale impedivano per settimane gli spostamenti fra località molto vicine. I morti per freddo e per fame costituivano un dramma costante; e questo stesso periodo rappresentò la fine o il restringimento di molte colture, dalla vite (esclusa dal Nord Europa) all’olivo al gelso. Ancora oggi la toponomastica ricorda in tutta Italia località dove si trovavano queste coltivazioni poi divenute eccezionali o scomparse; e spesso ripristinate solo dalla fine del Settecento attraverso un paziente lavoro di disboscamento, favorito talvolta anche dalle legislazioni statali. Si pensi che l’editto reale del 3 dicembre 1806 in Sardegna consentiva di chiedere il titolo di nobile a chi avesse piantato o innestato almeno 4.000 olivi, con un’operazione da constatare dopo un sopraluogo. Si pensi a quante neviere esistevano in Italia meridionale anche su alture a poca distanza dal mare.

 

Dunque, inverni prolungati con code fino a primavera inoltrata, garantivano spesso periodi lunghi di neve o di pioggia. E’ possibile credere che se il freddo sopravveniva tra fine marzo e inizi di aprile, le condizioni climatiche rimanessero negative per intere settimane, si prolungassero fino a maggio inoltrato, talvolta con colpi di coda fino a giungo. Il recente freddo primaverile del 1991 in Emilia trova un precedente che oggi sembrerebbe incredibile, nella nevicata del 1 giugno 1491 a Bologna e del 5 giugno successivo a Ferrara.

 

Eco puntuale di questi e di altri fenomeni simili di cui non è rimasta traccia scritta, è il proverbio campano dedicato al ricordo dei vecchi che dovevano ricorrere ad ogni espediente per fare fronte al freddo inatteso. “La vecchia il 13 giugno (in alcune località si dice pure a S.Antonio) dovette gettare il fuso nel fuoco”, recita, tradotto, l’adagio che rievoca un rigore invernale e l’utensile di legno sacrificato per fare fuoco. “Se piove il 4 aprile non resta nemmeno una mela”, conferma l’altro proverbio campano che rievoca l’immagine di un maltempo perdurante e di uno tra i pochi frutti consumati da gran parte della popolazione. E del resto, “Aprile è fedele: incomincia al mattino e finisce la sera”, ricorda il detto, sempre meridionale, sulla stabilità delle condizioni metereologiche di questo periodo.  

 

Si parla molto di pioggia. E quest’anno sembra confermare il lungo andamento meteorologico piovoso. Ma forse dimentichiamo qualche periodo di bel tempo la cui ovvietà non faceva notizia e nella mentalità comune rinverdiva i ricordi delle primavere medievali, delle dame coi fiori e delle campagne lussureggianti. “Quattro brillanti”, recita del resto il proverbio.

E se invece di ricordare il mese di aprile, il proverbio fa menzione di quattro giorni luminosi e brillanti cui potrebbe seguire un lungo periodo di bel tempo?

Carmelo Currò per Ufoonline.it

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