L'eterno dilemma dei paradossi temporali

I paradossi temporali non esistono, ma sono frutto della nostra limitata capacità di concepire il  tempo come “dimensione”, parzialmente isolabile al pari delle tre coordinate spaziali.  Il nostro modo di concepire un viaggio nel tempo è molto confuso, poiché in realtà è intimamente legato a concetti quali destino o il libero arbitrio, anche se ci costa fatica ammetterlo. Il punto di vista discusso e polemico del Dott. Antonio Codazzi.

Normalmente si affronta la logica dei viaggi nel tempo partendo da due paradigmi scientifici base. Il primo paradigma teorico dei viaggi nel tempo è una conseguenza della teoria della relatività. In effetti già grazie alla dilatazione del tempo e la contrazione dello spazio in funzione della velocità, con un missile molto veloce possiamo “viaggiare” nel tempo, ma solo IN AVANTI, cioè verso il futuro (ciò è stato provato sperimentalmente). 

 

Un esempio è il noto paradosso dei gemelli. Il gemello più giovane non ha effettivamente viaggiato nel tempo, ma è rimasto sospeso nel tempo rispetto ad un osservatore posto sulla terra. Noi siamo però avvezzi a pensare che il viaggio debba essere fatto in entrambe le direzioni (passato 

e futuro) ed in modo istantaneo. 

 

Questo è possibile in termini teorici piegando il continuum spazio-tempo in modo che un osservatore (il viaggiatore) possa vedere l’avvenimento 1 e l’avvenimento 2 invertiti, cioè l’avvenimento 2 sembra accadere prima dell’avvenimento 1. Questo sarebbe attuabile alterando il continuum con parecchia energia (o in luoghi dove la “gravità” crei delle distorsioni)! 

La teoria della relatività è deterministica, quindi viaggiando a ritroso nel tempo non è possibile cambiare il corso degli eventi. 

 

Einstein sosteneva che “Dio non gioca a dadi!”. 

 

Un altro paradigma è quello quantistico, che nega l’esistenza del tempo (almeno nella formulazione classica). Spostarsi nel tempo significa spostarsi in altri strati del multiverso (l’insieme dei vari universi possibili). A differenza del modello einsteniano, il modello quantistico prevede la possibilità di modificare la sequenza di eventi già avvenuti semplicemente perché ci si trova in un altro universo possibile (quindi non si può modificare il proprio universo). E’ importante notare, però, che l’insieme di tutte le varianti concretizzate dai vari universi è comunque deterministica, mentre è probabilistica nella distribuzione nei singoli universi. Questo però non ci chiarifica la logica dei viaggi nel tempo e i relativi paradossi. Ciò è dovuto, almeno in parte, dall’idea di destino che si è tramandata nei secoli in determinate classi sociali, scientifiche e filosofiche. 

Mi ha sempre affascinato il rapporto esistente tra i tradizionali giochi di abilità fini a se stessi (da distinguere da quelli d’azzardo, che sono finalizzati a stimolare l’adrenalina) e la visione del mondo di una determinata classe sociale. 

Nel Medioevo, che è di fatto il nostro “inconscio culturale”, il gioco degli scacchi era diffuso (e in un certo senso obbligatorio) nella classe nobile, mentre il gioco delle carte era praticato principalmente dalla plebe.

In effetti il gioco degli scacchi è basato sul concetto di “homo faber suae quisque fortunae” che sarà riformulato esplicitamente solo più tardi, ma che continuava ad esistere sul campo di battaglia. Rimanere vivi significava non solo essere più abili dell’avversario affrontato ma anche abbastanza esperti da garantirsi un adeguata copertura da dardi vaganti. 

Si pensi ancora all’icona classica della Morte che gioca a scacchi. Ogni scelta portava logiche conseguenze (talvolta fatali). 

 

La formulazione (più tarda) del Macchiavelli non sfugge alla logica del gioco degli scacchi. La possibilità di riuscita teorica del Principe è del 50%, cioè tra Principe e Fortuna esiste una iniziale parità di forze schierate in campo, situazione assimilabile a due giocatori che iniziano la partita a scacchi: hanno gli stessi pezzi e disposti allo stesso modo. La Fortuna è l’avversario. Il Principe è colui che deve giocare la propria partita in modo da limitare i danni della fortuna avversa (cioè quando Fortuna vince) o di approfittare di quella favorevole (cioè quando Fortuna sta giocando male). A parità di bravura vince la Fortuna, similmente a come avviene tra due giocatori reali [così insegna la teoria]…chi ha il Bianco (cioè la prima mossa) vince. La Fortuna ha ovviamente la 

prima mossa, dato che essere nato Principe non dipende dal Principe stesso. 

 

Essere un uomo della plebe, invece, significava dover vivere in un mondo dove per sopravvivere occorreva saper sfruttare al meglio le possibilità che la “fortuna” dava ogni volta. Le variabili erano molteplici, tutt’altro che paritarie e senza alcuna possibilità di “promozione” sociale. 

 

In pratica era l’arte di arrangiarsi e di amministrare le scarse risorse, anche e soprattutto a scapito di chi poteva, al momento, contare su maggiori risorse, perché “baciato dalla fortuna” o perché nato nella classe di chi deteneva il potere seppur in minima parte. 

L’evoluzione culturale è nata dalla classe nobile e dalle successive acquisizioni, quindi ha trascinato con sé il concetto “scacchistico” della vita. 

I viaggi nel tempo, però, sono spiegabili con la “saggezza popolare” nata da un mondo più variegato, cioè con il gioco delle carte. 

 

Il “range” di scelta del presente è rappresentato dalla “mano”, cioè le carte possedute. Le possibilità basilari non sono infinite, perché le carte sono quaranta. La vittoria è la somma delle singole giocate, cioè di ciò che si mette nel proprio mazzo dei carte prese (il passato). 

 

Quindi se Marco tornasse nel suo passato (cioè nello stesso tavolo, nella stessa partita e nella stessa mano) avrebbe carte diverse dal Marco del passato. Quindi per Marco Futuro il passato diverrebbe il presente.

 

Per quanto possa giocare abilmente, le possibilità sono limitate dalle carte distribuite agli altri (tra cui il sé stesso del passato) e dalla loro bravura nel giocarle. Il solo proprio mazzo cambierebbe e solo dal proprio punto di vista. La possibilità di giocare contro sé stessi non comporta nessun vantaggio particolare, poiché, pur conoscendo le carte del Marco del passato, le carte possedute nuovamente (ovviamente diverse) limitano le possibilità di azione anche se lasciano la possibilità di decidere. 

 

E’ la classica differenza tra intenzioni e risultati. Capita che le persone vogliano fare del bene ma riescano solo a far danni, o che altri cerchino il danno ma ottengano il bene. Questo modo di vedere le cose comprende anche la famosa e scherzosa (per alcuni) “legge di Murphy”. Se la Fortuna è 

seduta al vostro tavolo e ha in mano tutte briscole…allora c’è ben poco da fare.

 

Se Marco Futuro avesse in mano tutte briscole, difficilmente potrebbe far vincere Marco Passato. 

Tornato nel futuro Marco non avrebbe cambiato nulla, ma avrebbe la consapevolezza di aver giocato due partite. Le conseguenze di queste due diverse partite, a loro volta, farebbero parte del mazzo utilizzato per giocare la nuova partita del presente (reale) di Marco. Gli effetti di quella partita o delle mani giocate potrebbero essere avvertiti (percepiti coscientemente) solo dopo oppure mai, perché potrebbero toccare ad un altro, che le tratterebbe come normalissime variabili legate al gioco. Se fossero state scoperte precedentemente Marco avrebbe affrontato quelle variabili o come 

chiunque altro giocatore (cioè come variabili generiche legate al gioco) o sospettando che qualcuno stia, per così dire, “barando”! 

 

La logica quantistica presuppone che Marco possa giocare la sua partita in un altro tavolo (universo), ma questo è inutile, perché alla fine la somma delle carte utilizzate in tutti i tavoli appartiene allo stesso mazzo! 

In pratica la logica dei viaggi nel tempo non è né deterministica, né logica, né probabilistica. E’ una sottile via di mezzo. 

Forse la teoria dei giochi un giorno fornirà un modello? 

 

 

Antonio C. Codazzi 

 

Commenti: 11 (Discussione conclusa)
  • #1

    Franz (giovedì, 12 dicembre 2013 08:22)

    Il tempo è il risultato della trasmissione dell'informazione come per esempio la luce e il DNA sono due modi per trasmettere l'informazione, la fortuna e la sfortuna sono il risultato di ciò che non si conosce.

  • #2

    Quirico (giovedì, 12 dicembre 2013 08:58)

    Secondo la relatività di Einstein per un oggetto in moto costante dico anche noi umani , il tempo si rallenta scorrendo quindi più lentamente effetto percepibile solo alla velocita prossime a quelle superluminale. Se due navi spaziali in moto rettilineo uniforme nello spazio si passano l' una accanto all' altra, ognuna delle 2 può ritenersi in quiete e affermare che è l' altra a muoversi secondo il principio di relatività. Di qui il paradosso, poiché ognuna delle navi può affermare di essere in quiete mentre è l' altra a muoversi ognuna potrà affermare che è il tempo dell'altra a rallentare e non il suo. Ma non è possibile che ciascuno dei due orologi sia indietro rispetto all'altro. Il paradosso può essere risolto affermando che in realtà le due navi non potranno mai confrontare i loro orologi, perché ormai sono schizzate via una lontano dall'altra. Se volessero confrontare i 2 orologi, una delle 2 navi dovrà accelerare e raggiungere l' altra (portandosi quindi ad una velocità tale da raggiungerla), ma in questo modo la nave che ha accelerato sa di essere in moto e quindi sa che è il suo tempo (e quindi il suo orologio) a rallentare, così che quando si incontrano non c'è nessun paradosso. L' orologio di quella che ha accelerato risulterà indietro (in quanto il tempo è trascorso più lentamente) rispetto all'orologio dell'altra. Ed ecco il punto della questione. se il paradosso può essere risolto per gli esseri umani, non può essere risolto per Dio.
    Infatti Dio è in grado di controllare i tempi e gli orologi di entrambe le navi contemporaneamente anche se sono schizzate via l' una lontano dall' altra. Dio non può dire quale orologio stia andando più lento dell'altro, perchè li vedrà entrambi andare uno più lento dell' altro, insomma una cosa paradossale.

  • #3

    Franz (giovedì, 12 dicembre 2013 13:01)

    Poi esiste il paradosso dell'Entanglement quantistico dove il tempo e lo spazio non esiste dato che due particelle indipendentemente dal limite spaziale si influenzano istantaneamente.

  • #4

    Eureka (giovedì, 12 dicembre 2013 15:13)

    @Quirico qual'è la tua definizione di Dio.

  • #5

    Quirico (giovedì, 12 dicembre 2013 20:43)

    Dio è un concetto astratto, potrebbe essere entità intesa come origine di tutto. Essenzialmente come tutto ha inizio, prima del Big Bang. Dando per assodato che le leggi universali della fisica e le forze primarie si siano generate un miliardesimo di secondo dopo, la domanda non è quindi da allora ma arriva a essere prima. Cosa c'era prima e come si è creato tutto. Non avevo risposte la scienza ha abdicato al suo compito e gli uomini hanno scelto di dare una risposta che si chiama Dio, nei vari modi e lingue in cui questo è stato creato e portato avanti da millenni.

  • #6

    65C02 (giovedì, 12 dicembre 2013 21:46)

    bell'articolo monto interessante.
    Segnalo pero' la necessita' di separare tra giochi semplici (dadi, roulette, carte...) dove il giocatore e' spettatore dell'evento atteso sul quale non puo' interagire ed e' spettatore, per cui l'esito vincita o perdita ha modelli probabilistici, ogni "manche di gioco e' identica alla precedente" perche' le condizioni iniziali non influenzano l'esito dell'evento di gioco.

    Poi ci sono i giochi complessi (vari giochi di carte come il blackjack, oppure dama e scacchi oppure varianti di giochi complessi da tavolo come monopoli oppure risiko) in cui ci oltre alla fortuna,c'e' il comportamento dei giocatori, gli obiettivi dei giocatori (assoluti oppure relativi), il concetto di destino si declina nel raggiungimento o meno di obiettivi intermedi che ipotecano l'obiettivo principale facendo cambiare le probabilita' condizionate al suo verificarsi o meno. Per cui all'inizio di ogni match le variabili che domineranno una partita saranno:

    1-l'aleatorieta' delle condizioni iniziali (players che non sono in condizioni uguali all'inizio del gioco)
    2-i diversi obiettivi dei giocatori (obiettivi assoluti oppure relativi)
    3-lo stato dell'informazione che e' crescente ad ogni turno del gioco tra i players
    4-la fortuna o sfortuna (definibile come la non conoscenza a priori dell'esito di eventi casuali),
    5-le scelte dei giocatori
    6-la possibilita' di negoziare tra i giocatgori (effettuando scambi oppure tessendo alleanze o subire complotti ed intralci, fondere risorse)
    7-la crescente probabilita' di rapporti di causa ed effetto tra eventi apparentemente separati e posti in diversi turni di gioco.
    8-la esistenza di "obiettivi intermedi" od aree di gioco strategiche da dominare per ipotecare la vittoria o subire la sconfitta
    9-il caso (es. arriva una telefonata ed un player se pur in vantaggio, lascia il gioco improvvisamente)

    Inoltre segnalo come spunto di riflessione, l'interessante fenomeno economico noto come "profezia autoavverante" http://it.wikipedia.org/wiki/Profezia_che_si_autoadempie (quando tutti gli operatori in qualche modo credono che avverra' un fatto, accendono comportamenti tali da far accadere il fatto che altrimenti non sarebbe accaduto se glioperatori non lo avessero scatenato ossia creduto).

    Segnalo poi un altro ipotetico paradosso dell'informazione che appare difficile da risolvere con la tecnologia moderna :-) visto che di buchi neri non se ne e' mai osservati direttamente
    http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_dell'informazione_del_buco_nero

  • #7

    diogen (venerdì, 13 dicembre 2013 01:43)

    Franz ma tu ti occupi di queste cose per passione o per lavoro ?

  • #8

    Franz (venerdì, 13 dicembre 2013 07:59)

    Passione per la ricerca scientifica.

  • #9

    Lorenzo (venerdì, 13 dicembre 2013 22:17)

    A ridaje con 'sto tempo...va più lento, più veloce, gli orologi...
    Un orologio atomico alla velocità della luce conteggia il tempo più lentamente anche lui ?
    Non è che del tempo ne abbiamo bisogno per dare maggior senso alla velocità ed accelerazione ?
    Lo spazio lo conosciamo, ma per dire che qualcosa è più veloce di un'altra o che in un determinato spazio una cosa accelera più di un'altra non possiamo che metterlo in campo.
    La misura che diamo del tempo necessita di un sistema relativistico, dove forzatamente deve esserci una componente che ha prevalenza sulle altre, all'interno di un sistema di componenti.
    Il fatto che vada più lento (perchè l'attrezzatura che utilizziamo per misurarlo è influenzata diversamente in quelle condizioni rispetto ad altre) in determinate condizioni, non può assolutamente indicarne rigorosamente l'esistenza: Il tempo, infatti, esiste per necessità umana nella dimensione che abbraccia tutte le componenti alle quali persino l'uomo appartiene.
    Ogni grandezza fisica trae origine dall'osservazione delle cose, dalla necessità di trovare una formula matematica che ne spieghi il comportamento.
    La percezione che abbiamo dello spazio è suffragata dai nostri organi di senso: Se mi metto vicino ad un muro e lo tocco, non potrò farlo se la mia distanza è superiore a quella del mio braccio, tant'è che la distanza la vedo pure, quindi ne ho piena percezione dei sensi.
    Del tempo ho percezione ?
    Assolutemente no,a meno che non lo veda: Ecco che c'è bisogno di ore, minuti e secondi.
    Se un qualcosa ci mette meno a percorrere un certo spazio, a percezione, dirò che è più veloce di un altro. Non posso utilizzare il prodotto tra spazio e tempo per la velocità, altrimenti per tempi più piccoli a parità di spazio, avrò velocità più piccole...Del tutto cannato percettivamente.
    Ecco perchè lo spazio devo dividerlo per il tempo, per avere velocità superiori a parità di spazio.
    Ecco perchè nel moto lineare, la velocità è calcolata in metri al secondo.
    Fermi tutti...Nella meccanica dei quanti, il tempo senso non ne ha.
    Come fa ad esistere il tempo se nella meccanica quantistica, che percettivamente è impossibile da constatare, esso non influenza il sistema in quella dimensione ?
    Guarda caso, neanche velocità ed accelerazione hanno molto senso in quella dimensione per via del fatto che lo spazio, per quanto grande sia, è colmabile immediatamente.

  • #10

    Quirico (sabato, 14 dicembre 2013 06:37)

    Lorenzo finalmente qualcuno che l'ha fatto notare. La rivista“Physics Essays”, dell’American Institute of Physics aveva pubblicato alcune ricerche dirimenti: il tempo che noi misuriamo con gli orologi non è altro che una sequenza numerica di cambiamenti, un ordine numerico, una quantità matematica. In altre parole, non esiste come dimensione fisica. Si sa da 150anni ma qualcuno ancora lo dimentica.

  • #11

    Franz (sabato, 14 dicembre 2013 08:40)

    Se il tempo fosse solo una sequenza di numeri se non avesse una dimensione fisica la vita non sarebbe possibile perchè questa si sviluppi è necessario che il tempo venga codificato a livello del DNA .
    La dimensione fisica del tempo è inoltre data dalla velocità della luce.
    Per riassumere il tempo non è altro che la trasmissione dell'informazione.