La vita su Marte? Occhio ai crateri ?

Cercare segni di vita è uno dei grandi obiettivi delle missioni su Marte ma l’impresa potrebbe essere decisamente ardua, come cercare un ago in un pagliaio: ad ammetterlo è un rapporto elaborato da un gruppo di consulenti tecnici per conto della NASA e dell'ESA pubblicato sulla rivista “Astrobiology”. Il problema principale si riassume in una domanda: dove cercare?
Dato il nostro stato attuale delle conoscenze di Marte – si legge nel rapporto - abbiamo strategie molto chiare su come esplorare il pianeta alla ricerca di vita passata. Ci sono criteri di priorità sui siti di atterraggio e sulle successive strategie di campionamento. Al contrario, è poco chiaro se oggi possa esistere vita in prossimità della superficie marziana, dove si può accedere con gli attuali sistemi di esplorazione. L'ambiente superficiale in cui il rover opererebbe, con la sua scarsà attività idrica, elevata radiazione UV e bassa temperatura, sarebbe molto ostile». Infine, recita il rapporto, non è ancora chiaro dove sarebbe più probabile trovare eventuali forme di vita marziana.

Sullo stresso numero della rivista un altro articolo fornisce però un’indicazione interessante: i crateri da impatto degli asteroidi. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Edimburgo ha infatti compiuto una serie di carotaggi al di sotto di uno dei più grandi crateri di impatto sulla Terra, quello di Chesapeake Bay, negli Stati Uniti, datato 35 milioni di anni fa.

 

Studiando i campioni prelevati con una robusta serie di accorgimenti per evitare contaminazioni, i ricercatori hanno rilevato la presenza di una popolazione di microrganismi che, pur non avendo ancora pienamente recuperato gli effetti dell'impatto di 35 milioni di anni fa, appariva “in buona salute”.

In effetti, osservano gli scienziati, un evento del genere avrebbe sviluppato un calore tale da uccidere qualsiasi forma di vita in superficie, ma le profonde fratture nelle rocce sottostanti hanno consentito la diffusione di acqua e nutrienti, che sono un supporto vitale per i microrganismi. In questo modo si sono prodotte le condizioni di ricolonizzazione da parte innanzitutto dei microrganismi che vivono in profondità, ma anche da parte di possibili “transfughi di superficie". (Si stima che la maggioranza della biomassa terrestre sia costituita dai microrganismi che vivono nel sottosuolo.)

"Le aree profondamente fratturate che si trovano intorno crateri da impatto - ha concluso Charles Cockell, che ha diretto il secondo studio – possono offrire un rifugio sicuro in cui i microbi possono prosperare per lunghi periodi di tempo» Ed essere quindi un luogo promettente per la ricerca di prove di vita su Marte".

LeScienze.it

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