E se i Maya non si fossero mai estinti ?

Se gli antichi testi dei Maya al giorno d’oggi ci sembrano piuttosto "autorevoli" nella loro profezia di fine del mondo (o qualcosa di simile) entro il 2012, è anche perché loro, i Maya, di catastrofi se ne intendevano eccome, avendone sperimentata qualcuna (forse più d’una) sulla loro pelle. I centri più importanti della civiltà centro-americana dei Maya sono stati abbandonati durante il IX secolo dopo Cristo e di sicuro, da quelle parti, in quel lasso di di tempo, dev’essere successo qualcosa di molto brutto, per quanto nessuno di noi oggi sappia esattamente che cosa. Epidemie? Carestie? Guerre? Non ci sono prove sicure a suffragare alcuna ipotesi. E che fine hanno fatto gli abitanti originari dopo la misteriosa catastrofe?

Tanto per cominciare, non è detto che siano davvero «finiti» nel senso letterale del termine. 

La civiltà dei Maya non è scomparsa del tutto: alcuni centri hanno continuato a prosperare fino all’arrivo dei Conquistadores spagnoli. E adesso nella zona di antico insediamento vivono delle popolazioni indie, che oltre allo spagnolo parlano anche dialetti di ceppo maya come lingua madre; è ragionevole arguire che questa gente sia imparentata con gli antichi Maya delle piramidi, però niente ci garantisce che si tratti proprio dei discendenti diretti di coloro che nel nono secolo abbandonarono le più grandi città. Forse quegli specifici Maya, che erano i più evoluti, sonostati sterminati e non hanno lasciato eredi. O può darsi che per sfuggire a un oscuro pericolo siano scappati via. Dove? Forse nelle foreste, in mezzo ai giaguari. O forse più lontano. Chissà, molto più lontano!

Un paio di studiosi credono di aver trovato tracce di transfughi maya, particolarmente ardimentosi, addirittura nella lontanissima Georgia (lo Stato degli Usa con capitale Atlanta, per intenderci, quello di Rossella O’Hara e di «Via col vento»), migliaia di chilometri più a Nord delle terre di origine dei Maya. Al principio degli Anni 90 un ingegnere locale di nome Carey Waldrip, girando per i boschi della zona di Brasstown Bald, si è imbattuto in alcuni tumuli di pietra e in terrazzamenti di origine sconosciuta. In seguito è stata fatta una ricerca sistematica, che ha identificato con certezza 300 di questi manufatti umani, più altri 200 deteriorati. Adesso un architetto e urbanista di nome Richard Thornton, che si è specializzato in archeologia al Museo Nacional de Antropologia di Città delMessico, ha comunicato al mondo, tramite la rivista online Examiner.com, che quelle misteriose costruzioni rivelano la mano degli antichi Maya, e sono coeve del disastro a cui andò incontro quella civiltà.

Thornton, per quanto biondo, è un pellerossa della tribù Creek, e ha studiato in Messico con il professor Roman Pina-Chan, che è di origine maya. I due hanno individuato nella toponomastica della zona di Brasstown Bald alcune assonanze coi dialetti maya; fra l’altro, i Creek chiamavano una certa località Itstate, che nella radice è simile a Itza, il nome con cui i Maya definivano se stessi. Queste similitudini fonetiche si associano con le analogie delle tecniche costruttive; Thornton si spinge a direche «il sito ritrovato in Georgia potrebbe corrispondere alla mitica città maya di Yupaha, che Hernando de Soto non riuscì a trovare nel 1540». Il riferimento è alla spedizione di un famoso conquistador spagnolo, che attraversò il Rio Grande e viaggiò in lungo e in largo nel territorio meridionale degli attuali Stati Uniti. Che dire? L’archeologo Mark William dell’università della Georgiasmentisce seccamente Thornton:«Non c’è alcuna prova dei presenza dei Maya in Georgia». Un altro, Johannes Loubser, dice che «questi siti appartengono a nativi americani della Georgia preistorica. Probabilmente li hanno realizzati gli antenati della tribù Cherokee». Prudenza. A noi profani i mucchidi pietre della Georgia mostrano pochissima somiglianza con le piramidi dei Maya. Ma vediamo che succede.

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