La Cina vuole mandare un uomo sulla Luna entro il 2016

Guardate questa foto a sinistra, della bandiera cinese piantata sul suolo lunare. Un fotomontaggio che presto potrebbe essere un'immagine reale. Entro il 2016. Cinque anni per conquistare lo Spazio; cinque anni per dimostrare al mondo che la supremazia cinese non riguarda solo l’economia e la crescita sulla Terra, ma è destinata a segnare nuovi confini di influenza anche fuori dal nostro pianeta. Il governo di Pechino ha pubblicato un documento programmatico che spiega le linee di sviluppo che intende seguire nel prossimo quinquennio alla ricerca di tale obiettivo. Un documento che è in netto contrasto con la recente decisione americana di chiudere il programma Shuttle, e che sembra suggellare il passaggio di consegne tra le due superpotenze nella leadership mondiale. Un traguardo troppo ambizioso?

La rincorsa cinese è iniziata nel 2003 quando il Paese asiatico è diventato il terzo paese al mondo dopo Usa e Russia a lanciare un uomo nello spazio. Cinque anni dopo un suo astronauta ha compiuto la prima passeggiata fuori da una navetta, e sul finire di quest’anno c’è stato il primo ancoraggio del vettore Shenzhou 8 sul modulo Tianong, che è la prima installazione della futura stazione orbitante che i cinesi intendono rendere operante in un prossimo futuro. Il nuovo piano segna ora un cambio di passo, e la determinazione del governo asiatico di bruciare le tappe per colmare il divario che separa la sua agenzia spaziale da quelle degli ex contendenti Usa e Russia.

La corsa ai primati scientifici resta un elemento di prestigio agli occhi dell’opinione pubblica cinese e di quella internazionale, ma sia l’eventuale sbarco sulla Luna che i cinesi hanno dichiarato di perseguire, sia i lanci a grande distanza dalla Terra, non sono che un semplice specchietto delle allodole rispetto al vero obiettivo che è stato e rimane il controllo militare e spionistico che lo spazio è in grado di fornire. Sotto questo aspetto il documento offre dettagli molto interessanti dei progressi che la Cina ha in animo di compiere, a partire dalla costruzione di tre generazioni di vettori, ai quali è affidata la «Lunga Marcia» verso il futuro dominio. Il primo passo è l’allestimento di una «fase 5» con missili a idrogeno liquido capaci di collocare in orbita terrestre 25 tonnellate di cargo. Seguiranno i Lunga Marcia 6 e 7: missili ad alta velocità che piazzeranno a 700 km di altezza fino a 5,5 tonnellate di materiali, in orbita sincronica con il sole, che è quella preferita per i sistemi di sorveglianza sulla Terra. Questi ultimi renderanno possibile un utilizzo militare dei missili in funzione di attacco contro altri satelliti nemici. Una eventualità non tanto remota, dopo la dimostrazione dell’abbattimento di un suo satellite caduto in disuso, che la Cina ha operato nel 2007 sotto lo sguardo preoccupato della comunità internazionale. Ultimo nella lista, ma forse primo tra i guanti di sfida che i cinesi lanciano con il piano quinquennale, è il perfezionamento del sistema di monitoraggio satellitare Beidou (in cinese: Orsa Maggiore). Sulla carta si tratta del tentativo di sottrarsi al dominio commerciale del sistema americano Gps, e lanciare una alternativa asiatica per i servizi di posizionamento tramite satellite: dal traffico stradale all’intervento in caso di disastri naturali, in un mercato che quest’anno ha fatturato 8 miliardi di dollari. Ma lo stesso Gps è stato studiato e realizzato nel ‘95 non da una società privata, ma dal ministero della Difesa americano, con il proposito di rendere più accurato il lancio dei missili balistici intercontinentali. Stesso discorso per il russo Glonass e per l’europeo Galileo. È impossibile allontanare il sospetto che il perfezionamento del Beidou, unito allo sviluppo di nuovi missili terra-mare, non sia piuttosto mirato al controllo delle acque del mare cinese meridionale nel quale stanno emergendo pretese territoriali incrociate, o a prevenire un intervento americano nel caso di un conflitto con la ribelle Taiwan.

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