Mezzo secolo di S.E.T.I

Ellie Arroway non esiste. Ellie Arroway è solo il personaggio di un libro prima e di un film poi: Contact. Ma Ellie Arroway, con la sua pupilla nella quale si perde l’intero universo all’inizio del film, è rimasta nell’immaginario collettivo come l’archetipo della scienziata innamorata del proprio sogno: la ricerca di un segnale alieno intelligente. Contro tutto e contro tutti: l’ostilità e lo scherno dei colleghi, la scarsità di finanziamenti, i drammi personali. Poi il segnale arriva, la storia umana cambia (forse), Ellie diventa protagonista di un’evoluzione ancora diversa.

Dietro Ellie Arroway, anzi dietro Jill Tarter, cioè la scienziata reale alla quale Carl Sagan, planetologo, divulgatore e scrittore, si è ispirato per scrivere il libro e la sceneggiatura del film, c’è una generazione di ricercatori che hanno condiviso quel sogno. I loro padri fondatori sono Giuseppe Cocconi, Philip Morrison e Frank Drake: dalla fine degli Anni Cinquanta furono loro a teorizzare la possibilità delle comunicazioni interstellari e poi si misero alla ricerca di un segnale alieno.

 


Cocconi e Morrison pubblicarono su “Nature” un articolo che sarebbe rimasto nella storia della scienza. E l’8 aprile 1960, esattamente mezzo secolo fa, quando Jill Tarter era ancora solo una sedicenne, Drake per la prima volta puntò un radiotelescopio verso Tau Ceti ed Epsilon Eridani, stelle simili al Sole e a pochi anni-luce da noi. Fu il primo tentativo e fu anche il primo falso allarme: il segnale artificiale da Epsilon Eridani si sarebbe rivelato di origine umana di lì a pochi giorni. Ma Drake non si scoraggiò: nel 1972 disegnò insieme a Carl Sagan la placca dorata spedita a bordo delle sonde Pioneer 10 e 11 e nel 1974 con il radiotelescopio di Arecibo, a Puerto Rico, inviò un segnale verso l’ammasso globulare M13, a 25 mila anni-luce. E sviluppò perfino un’equazione che porta il suo nome e che serve (o, meglio, dovrebbe servire) a capire quante civiltà nella Via Lattea sono in grado di comunicare con noi.
50 anni di SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), dunque. 50 anni di perfezionamenti strumentali ma anche di riflessioni teoriche sulle difficoltà, i problemi, le speranze, le opportunità. E anche 50 anni di brevetti sviluppati per cercare gli alieni e poi riapplicati nella vita quotidiana, dal controllo del traffico aereo fino alla diagnostica medica. Oggi lo strumento più moderno e sofisticato è l’Allen Telescope Array, in California. E’ ancora lungi dall’essere completato, ma alla fine conterà 350 antenne da 6 metri ciascuna. Progettato e costruito grazie a finanziamenti privati, servirà per indagare su un milione di stelle nel raggio di più di 1.000 anni-luce da noi. Ma non solo: studierà anche i nuclei galattici attivi, il campo magnetico della Via Lattea e del Gruppo Locale, le nubi molecolari, le fasi di formazione stellare. Ci regalerà anche l’agognato segnale intelligente? Giuseppe Cocconi e Philip Morrison hanno scritto che “la probabilità di successo è difficile da stimare, ma se non cerchiamo è di sicuro zero”. Sicché comunque ne vale la pena, non fosse altro che per la splendida avventura intellettuale. E un piccolo contributo può darlo anche ciascuno di noi, grazie al progetto SETI@home, che impiega i tempi morti di centinaia di migliaia di computer nel mondo.
D’altronde la posta in gioco è altissima. Se davvero arriverà quel segnale (che nel romanzo e nel film Carl Sagan ha immaginato come una riconoscibile, esplicita, chiaramente artificiale successione di numeri primi), saremo costretti a interrogarci sul nostro ruolo nel cosmo, sulle nostre conoscenze, sul nostro rapporto con la realtà e anche con il Trascendente. Che cosa sanno gli alieni dell’universo? Come lo trasformano attraverso la tecnologia? Com’è strutturata la loro società? Credono in Dio? Anche loro soffrono del peccato originale?

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